Oggi mi sono svegliata con una canzone che non riesco a togliere dalla testa. Sapevo sarebbe stato uno di quei giorni in cui ci si sveglia con un ritornello e ci si rassegna a doverselo portare ovunque per tutto il resto della giornata. Non è la prima volta che mi succede: un tormentone, un pezzo particolarmente riuscito o un motivetto che, come in questo caso, mi ricorda quanto si sta bene Al mio paese.
Ho voglia di scriverne, e allora ci dedico qualche minuto. Fino a oggi avevo sentito solo il ritornello, guardato qualche spezzone su Instagram e visto video di studenti e studentesse, con Serena Brancale, Levante e Delia al centro e la cassa in spalla, che improvvisano una Pasquetta con karaoke. Ho pensato fosse un bel singolo: il ritmo funziona, viene voglia di cantare, viene anche voglia di tornare a casa, “al mio paese”, e ballare con le mie amiche in una piazza piena di gente.
Poi ho visto il video di una ragazza che spiegava quanto fosse problematico il brano, e ho letto un articolo in cui si accennava alla stessa cosa. L’avevo pensato anch’io, che fosse problematico, eppure, forse proprio per questo, avevo evitato di approfondire.
Pensavo di aver ascoltato solo il ritornello, ma effettivamente nella canzone c’è quasi solo quello. Le strofe sono andata a cercarle. Mi era rimasta qualche frase in mente, ma sfuggiva.
Clicco sul video. C’è allegria, molta, c’è gioia, voglia di ballare insieme, giovani e anziani, fuochi d’artificio e feste patronali, cibo, musica e donne che, come gitane, ricordano Esmeralda: capelli lunghi che accompagnano il ballo, occhi svegli, sorrisi ammiccanti e gonne colorate.
Leggo il testo: voglio vedere se ho anche io qualcosa da dire. Dato che è così presente, inizio dal ritornello.
“Incominciano le ferie quando torno al mio paese”. Immagino si parli di Natale, Pasqua o dell’estate. “Le Madonne nelle chiese quando torno al mio paese”. Nelle altre città le Madonne dove si trovano, se non nelle chiese? Si continua: “con le luci sempre accese”, poi con “le signore sulle sedie”, le lenzuola bianche stese, le piazze piene e tutto un itinerario di tradizioni, processioni, credenze e riti scaramantici, a cui manca aggiungere lo stereotipo delle visite ai parenti e della vita lenta. Ah no, ci sono anche quelli. Le visite obbligate, altrimenti ci si offende, e la capacità di prendere tutto con leggerezza, tanto quando si ha il sole, il mare e il buon cibo, cosa potrebbe turbarci? Non starò qui a ricopiare tutto il brano, ma è per dare un’idea.
Continua Delia, nella strofa successiva “Guaiu, quannu scendi, vuoi restare giù”, che mi ricorda vagamente una canzone su cui ho ballato alle feste del liceo e che probabilmente abbiamo cantato troppo spesso senza approfondirne il significato: Vieni a ballare in Puglia di Caparezza, del 2008.
“E tu dove vai a ballare?” Perché è questo che si continua a fare, ancora oggi dopo anni: si va a ballare al Sud, dove la gente è accogliente e dove le porte sono tutte aperte, dove ci sono orecchiette dei colori dell’arcobaleno, signore che parlano dialetto stretto e alte concentrazioni di b&b nelle poche strade del centro storico. Dove lo sportello automatico di una banca si è inserito perfettamente nella parete di un trullo, perché il patrimonio è un bene inestimabile dell’umanità, ma per fare un patrimonio, meno etereo e più stimabile, certe volte bisogna accettare il compromesso.
Ho ballato nelle piazze della mia regione al ritmo di tamburelli e di pizzica e ho cantato alla Notte della Taranta, quando alle prove del giorno prima si poteva assistere senza essere inglobati dalla folla, e quella notte si riusciva ancora a respirare. Quando il Sud non era solo una meta turistica, ma poteva essere ancora “mio” e non di chiunque, mi inorgogliva vedere quanto la tradizione fosse forte e condivisa, senza per questo essere tacciati di arretratezza.
“Danza l'estate sulla nostalgia” conclude Levante con la stessa voce con cui, in altre occasioni, ha cantato la profondità dei sentimenti umani, “Non vorrei andare più via”. Eppure vanno via, le persone che vengono per le ferie che, come cominciano, finiscono, e c’è dolore e non c’è spensieratezza, tra chi resta e chi va. E a volte non c’è neanche dolore, in chi decide di non tornare e di costruire la sua vita altrove. Perché al suo ritorno, secondo “Al mio paese”, sarà certo di trovare la stessa immobile realtà: le lenzuola bianche, le anziane signore a recitare il rosario, le immagini dei Santi, i volti della gente che scruta e commenta. A coprire ogni imperfezione, alla fine, basta il caos, la confusione, la festa, la grande allegria e il senso di euforia che si prova quando le cose sono destinate a durare poco e quindi devono andare bene per forza.
Quando finiscono le ferie, le case vuote, i paesi spopolati, le buche sulle strade, le luci spente per chilometri, neanche le preghiere alle Madonne nelle chiese bastano a riempire il vuoto. Quando si spegne il rumore, che ci fa tanto comodo, non resta il Sud dei pranzi di Natale, delle portate infinite – stereotipato anch’esso – e della voglia di riposare, bere e mangiare come fosse estate tutto l’anno.
Dei capelli sciolti al vento e delle risate delle donne che ballano, rimangono il crespo e la fatica. Della pizzica, che è nata come risposta all’oppressione e al lavoro nei campi, rimane l’isteria.
Dalle catene del preconcetto, se siamo ancora noi ad alimentarlo, non saremo mai liberi. Possiamo ballare per ore, quando torniamo al nostro paese, e cantare a squarciagola in uno scenario inattuale e incantato, ma i colori e le voci non basteranno a coprire il fatto che dal nostro stesso pregiudizio non saremo ancora guariti.