Una cosa non è reale finché non la vedi, o non la vivi.
Mentre cammino per le strade di Lecce, mi fermo a guardare l’area di un parco cantierizzata: erba incolta e spazzatura qua e là. All’improvviso mi torna in mente un ricordo di quelli che rimangono accantonati in un angolino della memoria, uno di quelli a cui, sul momento, non si dà peso.
Il ricordo è legato alla mia prima volta in questa città, dieci anni fa. A quel tempo non avrei mai immaginato che, di lì a cinque anni, Lecce sarebbe diventata la mia nuova casa.
Ricordo ancora le parole di A., che mi fece notare quanto fosse “ingenuo” il mio stupore di fronte a un fenomeno noto da sempre: la prostituzione.
Una tarda sera d’estate, mentre raggiungevamo degli amici per una festa in spiaggia, vidi ad un angolo di un marciapiede un signore anziano, 70 anni circa, che palpeggiava le natiche di una bellissima ragazza di origini africane.
Al mio "Ma che diavolo sta facendo?", A. mi rispose: "Lei è una prostituta, lui probabilmente un cliente".
Ero allibita.
"Non sai che esistono, la prostituzione e le prostitute?"
"Sì, certo che lo so, ma non mi era mai capitato di vederlo così."
La realtà, in quel momento, mi prese a sberle.
Nonostante la strana sensazione che provai, un misto di ingiustizia, indignazione e sconforto, non diedi più peso a quell’episodio.
Nel corso degli anni, poi, ho notato quanto fosse diffusa la prostituzione in città e nelle aree periferiche: donne adulte e ragazzine, di origine italiana o straniera.
Sempre la stessa storia: è la legge della domanda e dell’offerta.
Oggi, all’affiorare di questo ricordo, ho provato a fare una rapida ricerca.
Mi sono chiesta innanzitutto quale fosse la definizione di prostituzione.
“In Italia, la prostituzione è definita come uno scambio di servizi sessuali per denaro e particolare forma di attività economica. Essa è lecita tra adulti ritenuti consenzienti, mentre è illegale ogni altra attività collaterale, come il favoreggiamento, lo sfruttamento, l’organizzazione in luoghi chiusi come bordelli ed il controllo in generale da parti terze”.
Ho cercato qualche numero: secondo le fonti, nel nostro Paese la prostituzione coinvolge tra le 90.000 e le 120.000 persone, con un turnover di 4,7 miliardi di euro annui. Il numero stimato di clienti si aggira attorno ai tre milioni.
Il 65% delle attività si svolge in strada; il resto in luoghi chiusi.
Il principale campanello d’allarme riguarda la percentuale di minorenni coinvolte nel “mercato del sesso”: si stima che tra il 25 e il 37% del totale non raggiunga la maggiore età.
La presenza di persone di origine straniera è preponderante: in Italia la prostituzione è legata al fenomeno della tratta degli esseri umani. In tali circostanze molte donne che arrivano in Italia in cerca di un futuro migliore, in realtà sono costrette a prostituirsi.
Solo nel 2022 sono state registrate 554 inchieste penali relative allo sfruttamento della prostituzione.
Non è una novità, vi direte.
E non lo è.
Goliardicamente quello della “prostituta” viene definito come il mestiere più antico del mondo.
Finché c’è consenso nessun problema, mi sembra di capire.
Anche sullo sfruttamento, però, i numeri sono terribilmente alti.
Se ne sente parlare in TV, sui social, alla radio, lo leggiamo sui giornali: sfruttamento di giovani donne straniere che vengono portate in Italia con la promessa di un lavoro, e poi si ritrovano a bordo strada, sfruttate, da clienti e lenoni. Non hanno volto, non hanno identità, non hanno diritti, né dignità.
E se ci fosse un modo per evitare tutto questo?
Riprendo a camminare, mentre ripenso alla scena di dieci anni fa.
Al mio "Ma che diavolo sta facendo?", A. mi rispose: "Lei è una prostituta, lui probabilmente un cliente".
Ero allibita.
"Non sai che esiste, la prostituzione e le prostitute anche?"
"Sì, certo che lo so, ma non mi era mai capitato di vederlo così."
Avrei potuto fare di più? Forse potuto verificare che quella donna non fosse costretta a prostituirsi. Avrei potuto chiamare le forze dell'ordine affinché verificassero.
Forse, da oggi, lo farò.